da www.greenreport.it

Moria delle api: in Toscana perse in un anno 21mila arnie

Lo denunciano gli apicoltori. Realacci: «ho avanzato l’ultima interrogazione a inizio legislatura, e il ministro Zaia ha risposto che sta ancora studiando la cosa. Mi sono cascate le braccia: è troppo tardi, i tempi non sono questi»
di Riccardo Mostardini

FIRENZE. Dal 2007 al 2008 le associazioni degli apicoltori toscani denunciano una riduzione di circa 21.000 arnie, che rappresentano il 24% del totale regionale. Sul banco degli accusati sono posti i neo-nicotinoidi, insetticidi sistemici neurotossici usati in agricoltura per la nebulizzazione e, soprattutto, per il trattamento preventivo delle sementi (“concia”) e del suolo.

Il problema riguarda in particolare le attività apicolturali adiacenti a piantagioni di mais e girasole, soprattutto quelle intensive che in Toscana si concentrano in Valdichiana, in val di Merse, in Maremma e nell’empolese-Valdelsa. Gli imenotteri che giungono a contatto con l’insetticida (direttamente o per ingestione) patiscono danni che sono letali ad alta concentrazione, ma che possono manifestarsi anche a dosi minori: in questi casi essi sviluppano, secondo Legambiente Toscana che ha tenuto una conferenza stampa congiunta con apicoltori, Cia e il ministro-ombra dell’Ambiente Ermete Realacci, una forma di «ubriacatura temporanea» che è «sufficiente a rendere difficile il loro ritorno all’arnia». Negli alveari, quindi, «restano solo la covata in allevamento e la casta delle giovani api dedite alle cure di casa, rendendo impossibile la produzione di miele».

I neonicotinoidi sono stati messi al bando, secondo le associazioni degli Apicoltori presenti (Unaapi, Asga, Arpat, Conapi, Toscanamiele), fin dal 2004 in Francia. Hanno seguito, nel 2008, la Slovenia e la Germania, dove il presidente del consiglio direttivo della Bayer, Werner Wenning, è attualmente in causa presso il tribunale di Friburgo con ambientalisti e apicoltori proprio per i danni causati alle api da questi pesticidi, di cui la Bayer è tra i principali produttori.

E in Italia? Secondo Ermete Realacci, che ha presentato svariate interrogazioni parlamentari sul tema, il Ministero sta prendendo tempo, in attesa di studi più approfonditi: «ho avanzato l’ultima interrogazione a inizio legislatura, e il ministro Zaia ha risposto che sta ancora studiando la cosa. Mi sono cascate le braccia: è troppo tardi, i tempi non sono questi. Si rischia di interrompere una filiera che è essenziale per l’agricoltura italiana. Basta con questa torpidità italiana, con queste tecniche dilatorie: anche negli altri paesi sono presenti aziende che producono questi agrofarmaci, ma nonostante ciò le leggi sono state fatte. L’Italia è legata ad un’agricoltura di qualità, legata al territorio, quindi rischia più degli altri: ci aspettiamo un cambio di atteggiamento da parte del Governo».

Gli apicoltori hanno aggiunto che fin dal 1999 sono state effettuate ricerche sui danni causati dai neo-nicotinoidi, e che comunque gli studi effettuati da Asl e regioni riguardo alla morìa di api di questa stagione sono sufficienti a imporre un bando all’uso di questi insetticidi: per arrivare ad avere un divieto al loro uso che sia effettivo dalla prossima primavera, occorre un intervento del Ministero entro il mese di settembre, inizio della stagione di produzione delle sementi. Oltre al bando immediato delle molecole neo-nicotinoidiche, gli apicoltori chiedono al ministro Zaia (senza escludere un ruolo in materia anche da parte dei ministeri del Welfare e dell’Ambiente) anche direttive che facilitino l’immissione sul mercato di sementi che non contengano questi insetticidi.

Il problema – è intuibile – non riguarda solo l’allevamento degli imenotteri (e quindi l’industria mellifera), o solo l’agricoltura, o solo l’ambiente, o solo la sanità umana. Va considerato che, nelle produzioni agricole destinate all’alimentazione sul territorio nazionale, l’80% del totale delle impollinazioni avviene per via entomofila, cioè prevalentemente tramite le api e in misura minore attraverso altre specie di insetti. La riduzione del 24% degli alveari comporta danni economici diretti che sono stati quantificati in circa 1 miliardo di euro. Ma la quantificazione dei danni indiretti è cimento ben più arduo.

In fisica dell’atmosfera è noto l’effetto-farfalla, corollario della teoria del Caos per cui “il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo”: ciò significa che mentre le conseguenze dirette (sia “ambientali” sia “economiche” in senso stretto) di un fenomeno sono più o meno calcolabili, la successiva concatenazione degli eventi può portare a conseguenze che sono imprevedibili con il solo studio delle condizioni iniziali. Siamo davanti alla scomparsa, in un solo anno, di un quarto degli alveari toscani, e in generale ad un forte stato di disagio delle api che in alcuni casi ha portato al dimezzamento della quantità di miele prodotto.

Le conseguenze indirette possono andare da una drastica riduzione della produzione, ad un impoverimento della qualità del prodotto, ad un aumento incontrollato dei prezzi, ad una significativa riduzione della biodiversità, a gravi problemi al ciclo di impollinazione entomofila nelle popolazioni vegetali naturali: conseguenze la cui quantificazione a priori è piuttosto ardua, ma che sarà ancora più arduo affrontare in futuro anche a causa del ruolo fondamentale che hanno le popolazioni di api nell’equilibrio sia ambientale, sia agricolturale del territorio toscano. Dopo l’effetto-farfalla è forse giunto il momento di pensare all’effetto-ape, anche davanti al famoso monito di Albert Einstein per cui “se l’ape scomparisse, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”.

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